Troppi laboratori pubblici senza controllo: ricordando i morti di Catania.

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Laboratorio chimicoOramai non bisogna essere degli addetti ai lavori per rendersi conto che spesso sono i luoghi di lavoro pubblici ad essere i meno controllati. Questo è ancora più grave se  si tratta di laboratori chimici, dove non osservare la legge significa esporre i lavoratori a pericoli seri per la loro salute.

Nel 2008 tutta l'italia è rimasta scioccata dallo scoprire quanti studenti e ricercatori erano morti in pochi anni (circa 15, tutti al di sotto dei 30 anni) frequentando i laboratori chimici della Facoltà di Farmacia dell'Università di Catania (1, 2). Solo grazie ad un'ondata di indignazione generale per il decesso di un giovane ricercatore (Emanuele Patanè, 29 anni), le morti sono state ricollegate all'esposizione ai prodotti cancerogeni volativi che in quel laboratorio non venivano adeguatamente estratti. Anche perchè molti veniva versati direttamente nel lavandino, da cui poi risalivano fumi mortali.

Qui c'è ancora online  il memoriale di Emanuele: link

Scrive Emanuele:

"Nei corridoi del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche la presenza di armadi metallici contenenti sostanze e reattivi chimici, sprovvisti di un sistema di filtrazione ed aspirazione idoneo, provocava la continua presenza di odori sgradevoli e notevolmente tossici. Dopo aver trascorso l’intera giornata in laboratorio, avvertivo spesso mal di testa, astenia ed un sapore strano nel palato come se fossi intossicato"

E aggiunge le storie di altre vittime:

"Nel mese di maggio del 2002, una ricercatrice, la dott.ssa MCS, mentre si trovava nello studio è entrata improvvisamente in coma e dopo qualche giorno è morta. Sono venuto a conoscenza che un ragazzo, C.C. che ha svolto il dottorato di ricerca due anni prima di me nello stesso laboratorio di sintesi chimica, si è ammalato di tumore al polmone. Uno studente di CTF che frequentava il corso nel dipartimento circa due anni fa, si è ammalato di tumore al polmone ed è stato operato.Inoltre un’altra ragazza, la dott.ssa A.A, che ha svolto il dottorato di ricerca in un altro laboratorio, ma sempre nello stesso dipartimento di Scienze Farmaceutiche, si è ammalata di tumore all’encefalo.Dal mese di novembre del 2002 nel laboratorio dove lavoravo io, vi lavora una nuova ricercatrice, la dott.ssa V.P, la quale nel mese di agosto 2003 si trovava al sesto mese di gravidanza quando ha perso il bambino per mancata ossigenazione."

Leggendo online il memoriale di Emanuele, sono stati tanti gli studenti, che ammalatisi dopo aver passato un'esperienza di studio o di lavoro in quei laboratori, hanno collegato la loro condizione all'esposizione a prodotti chimici pericolosissimi subita in quel periodo. La storia di Stefania, laureanda in Farmacia ed ammalatasi di tumore alla tiroide nel 2006, è stata raccolta dal giornale La Repubblica, link:

"Ho scoperto tutto, ho collegato tutto, quando ho letto su Repubblica il diario di Emanuele Patanè, il ricercatore morto tre anni fa. Mi è venuta la pelle d'oca, mi sono messa a piangere, molte di quelle persone che non ci sono più le conoscevo, erano miei compagni di laboratorio, anche Lele". Stefania s'interrompe spesso, è stanca anche a causa della sua malattia. "Dentro quel laboratorio ogni tanto si parlava di qualche collega morto o che si era ammalato, ma i professori ci dicevano che quelle malattie non avevano nulla a che fare con il lavoro. "Coincidenze", così le definivano. Ci ho creduto, ci credevamo ed abbiamo continuato a fare esperimenti. Pensavamo che con le mascherine, con i guanti, eravamo protetti. Anche quando versavamo nei lavandini del laboratorio i residui di quei solventi, di quei veleni".

Quello che però addolora di più Stefania è quello che lei chiama "tradimento". "Noi non potevamo certo sapere o immaginare. Ma loro, i nostri docenti, lo sapevano. Mi sentivo sicura, protetta, invece quella era una macelleria legalizzata. Adesso capisco perché qualche anno fa, improvvisamente, fecero dei lavori dentro il laboratorio, poca cosa, la sostituzione di una cappa che non tirava bene e qualche altro intervento. Ma lì bisognava fare altro. Adesso mi rendo conto che ci hanno mandati a morire. Perché? Perché? Qualcuno abbia il coraggio di rispondermi".

Un caso isolato, quello di Catania? Purtroppo, no.  Stesso copione  presso il Dipartimento di Chimica Applicata dell'Università di Bologna: l'ennesima morte sospetta (una validdissima ricercatrice di 52 anni,  link), porta a scoperchiare anni di superficialità criminale nella gestione sicurezza da parte di chi (dirigenti e professori universitari), non lavorando in laboratorio, sapeva di "giocare" con la salute (e la vita) degli altri.

Nella esperienza mia e di molti miei colleghi chimici ho visto nei laboratori pubblici, più che in quelli privati, uno scandaloso menefreghsmo delle più rudimentali regole di gestione dei prodotti chimici: cappe rotte, armadi in compensato per stoccare solventi, scarsa dotazione dei DPI (guanti, occhiali, camici), superficialità nel maneggiare preparati pericolosi, etc...

Come mai? Evidentemente non c'è controllo, tra enti pubblci "colleghi"  (es. ISPESL e le ASL con i laboratori delle università, agenzie, ministeri) vige la prassi di non rompersi troppo le scatole a vicenda. E non importa se poi ci rimettono gli stessi dipendenti: tanto di qualcosa bisogna pur morire.......

TG3 del 23/12/2008

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